L’italiano che si parla nei film e nelle serie
11. 11. 2025 ⋅ Edoardo
Dopo decenni di dizione e assenza di accenti le cose ormai sono cambiate.
(Chcete filmy sledovat bez titulků? Naučte se italsky!)
Per decenni nei film e nelle serie televisive italiane non si è parlato la stessa lingua che si parlava nella vita di tutti i giorni, e in molti sensi quell’italiano da cinema ha influenzato la lingua reale. È stato un fenomeno cominciato negli anni del fascismo per diffondere l’italiano. Negli ultimi decenni però la lingua che si parla in film e serie è cambiata: la ricerca del realismo nei dialoghi e nella recitazione, quindi non solo nelle parole e nelle frasi, ma anche nelle intonazioni, negli accenti e nel ricorso al dialetto, è diventato un obiettivo di molte produzioni.
È accaduto invece il contrario recentemente in “Il mostro”, la serie di Stefano Sollima su Netflix, che racconta una parte delle indagini sugli omicidi riconducibili al “mostro di Firenze”. È una storia ambientata nell’Italia di provincia di fine anni Sessanta e anni Settanta. Molti hanno notato come i protagonisti di questa stagione di Il mostro siano persone povere, vicine all’analfabetismo e provenienti dalla Sardegna, quindi poco legate all’italiano, eppure parlano in linea di massima un italiano molto pulito con una leggera inflessione sarda. E che in generale nella serie si senta pochissimo accento toscano. È una cosa che sarebe stata normale qualche anno fa, ma che adesso è strana, perché il pubblico italiano si è abituato a una lingua più realistica, e non perfetta.
Fino agli anni ‘80 il doppiaggio era la regola, per i film stranieri ma anche per i film italiani. Questo portava all’uso di una lingua standard, senza variazioni regionali e con una dizione pulita. Il dialetto era usato in modi espressivi per finalità comiche o grottesche (come faceva per esempio Federico Fellini).
Ma poi si iniziò a girare in presa diretta, cioè registrando l’audio sul set, e allora le cose sono cambiate. Non si parlava in dialetto o con una parlata davvero realistica, ma neanche con una pulizia perfetta. C’era spazio per influenze regionali e dialettali, anche se poche.
Ma è negli anni Duemila che l’enfasi sul realismo si fece più radicale.
Questo non vale tanto per le produzioni molto commerciali o per le televisioni generaliste, come quelle per i canali Rai o Mediaset, che usano ancora l’italiano più standard e pulito possibile, perché attente alla chiarezza e a non escludere nessuno dalla comprensione. Ma è ormai la norma per le produzioni in cui gli autori hanno più potere di decidere. L’emergere nell’ultimo decennio di un nuovo tipo di serie e film polizieschi o di storie criminali ha poi enfatizzato ancora di più la ricerca del dialetto reale, anche quando poco comprensibile. Lo stesso Stefano Sollima, con le serie Romanzo criminale e Gomorra, è stato un pioniere dell’abbandono dell’italiano più scolastico. In queste serie, per esempio, si parla in modo davvero realistico, tanto che un italiano del Veneto ha probabilmente bisogno di sottotitoli per capire cosa dicono i criminali in Gomorra.
La lingua italiana del cinema e della serialità oggi quindi aspira al realismo. Sia a livello produttivo, sia a livello attoriale. Sono sempre di più gli attori che, per formazione e scuola di pensiero, rifiutano di recitare in un italiano pulito, esattamente l’opposto di quella che per decenni era stata invece l’impostazione classica. Agli attori è sempre stato insegnato, a rimuovere i difetti di pronuncia e a cancellare le inflessioni del proprio dialetto di provenienza, per aspirare a un italiano impersonale, che era quello richiesto dalle produzioni una volta.
Attori e attrici che lavorano in produzioni commerciali continuano a non usare il dialetto o a limitare l’accento, se non per commedie e film comici (che dal dopoguerra, anche per la forte influenza di Totò, sono spesso legati al regionalismo). Attori e attrici che invece lavorano nel cinema drammatico o in quello con aspirazioni più intellettuali cercano il dialetto e la cadenza regionale. Pierfrancesco Favino ha spiegato di non recitare mai in italiano pulito perché nessuno, in contesti informali, lo usa: tutti hanno un’inflessione di provenienza, e la forza di questa inflessione cambia a seconda dell’epoca e della classe sociale. Per ogni personaggio, insomma, va creata una sua lingua.
Questo fa sì che oggi esistano diverse tipologie di italiano nei film e nelle serie. C’è quello molto fedele al parlato vero, e lo si sente nella serie Gomorra o nei film d’autore come A Chiara, Le città di pianura, o ancora in quelli di Alice Rohrwacher e Matteo Garrone, sempre attenti al realismo. C’è quello il cui realismo è moderato per esigenze commerciali, come il romanesco anni ‘40 presente ma addomesticato di C’è ancora domani di Paola Cortellesi o quello che usa Marco Giallini anche in ruoli drammatici, oppure il napoletano pulito di Toni Servillo in film come Qui rido io.
Esistono poi casi più estremi ma comunque frequenti, come Le otto montagne, in cui il romano Alessandro Borghi parla con un’inflessione marcatamente settentrionale, o la serie Il Gattopardo, ambientata in Sicilia a fine Ottocento, in cui tra gli attori principali non ci sono siciliani ma tutti parlano con una lieve inflessione siciliana. O anche M. Il figlio del secolo, in cui ogni attore principale parla in un dialetto che non è il proprio. Senza contare lavorazioni ancora più ardite per ricerca linguistica come Martin Eden o Fuori di Mario Martone, in cui si cerca l’inflessione e la lingua dialettale di una certa epoca passata.
E voi? Preferite guardare i film con un italiano standard o quelli con una lingua più realistica?
Tratto da ilPost.it