L’estate italiana
20. 8. 2025 ⋅ Edoardo
Il Dolce Far Niente: The Italian way of Summer è un libro della fotografa inglese Lucy Laucht che dimostra come l’estate italiana sia diventata un marchio del Made in Italy nell’immaginario internazionale. Un mito che mescola passato e presente, dalla Vespa Piaggio al cornetto Algida, dal rito dell’abbandono della città per vacanze dal passo rallentato, alle cene all’aperto. Dalla caprese all’estetica mediterranea di maioliche, pini e limoni. Ma ancora di più l’estate italiana – nel modo in cui è stata inventata e si è poi evoluta – è soprattutto un rito collettivo, una specie di performance.
"L’estate come la conosciamo nasce nella seconda metà dell’Ottocento: gli italiani, a quel tempo soprattutto contadini, non facevano vacanze", spiega Duccio Canestrini, l’antropologo che ha inventato il concetto di Homo turisticus. "Arrivano i turisti – soprattutto tedeschi e inglesi – e nasce un immaginario: sole, mare, natura, sensualità. Gli italiani li osservano e cominciano a imitarli, anche se resta un sogno per molti. I primi stabilimenti in Versilia (Toscana), già dagli anni 20 dell’Ottocento, erano riservati all’élite". Così nasce l’estate italiana come costruzione culturale.
La prima mutazione arriva nel Ventennio: "Il fascismo aveva un’idea di turismo come specchio per mostrare l’Italia con i suoi paesaggi, l’arte, i valori civili e produttivi. E per fare propaganda con i presunti miglioramenti delle condizioni degli italiani. L’Italia mostrava al mondo (il souvenir più richiesto dagli stranieri al tempo era il Chianti nel fiasco impagliato) e agli italiani stessi le sue bellezze, sì, ma anche i suoi valori morali, civili, produttivi. Quello spinto dal regime fascista era un turismo curativo, che doveva rafforzare i corpi e soprattutto disciplinare le anime. "Il salto successivo arriva nel secondo Dopoguerra, con la ricostruzione degli anni 50 e il boom dei 60. Una forze motrice importanti è quella dei sindacati: è grazie alle loro battaglie che nella Costituzione si sancisce il diritto alle ferie retribuite.
Il turismo poi diventa industria, il Touring Club si dà parecchio da fare e le destinazioni estive vengono pubblicizzate come mai prima. "La vacanza diventa un valore: l’italiano al mare pensa di copiare i Vip. Prima di allora la pelle nera, “bruciata” era soprattutto quella dei contadini; da quel momento l’abbronzatura diventa desiderabile, perché dimostra di poter godere di un tempo liberato dal lavoro. E al cinema scoppia il filone balneare: Ferragosto in bikini (1960), Peccati d’estate (1962), L’ombrellone (1965) di Dino Risi. In musica le hit estive sono Sapore di sale, Abbronzatissima (entrambe del 1963), Sei diventata nera (1964). La spiaggia diventa il luogo del godimento e dell’esibizionismo", continua Canestrini. I film costruivano l’immaginario estivo, e i tormentoni musicali lo scolpivano nel cervello. "Ma non era solo questione di cultura pop, era la società che stava cambiando: negli anni 60 il numero di italiani in vacanza raddoppia in soli cinque anni: da 5 milioni nel 1960 a 11 nel 1965. Questo aumento va di pari passo con l’industrializzazione: aumentano gli addetti ai servizi, calano gli occupati nell’agricoltura, esplode la motorizzazione di massa – nel 1964 si completa l’Autostrada del Sole – e cambia la mobilità degli italiani". Il contesto produttivo genera disagio, la routine urbana è faticosa, e si fa più forte il desiderio non solo di evasione, ma di abbandono temporaneo dal mondo del lavoro e dalla quotidianità: in questo senso l’estate diventa un momento quasi carnevalesco". Negli anni 70 e 80, si fa adulta e si avventura nella dimensione dell’eccesso. "Le spiagge traboccano, i villaggi turistici si moltiplicano. Le discoteche delle coste adriatiche esplodono”.
Proprio quest’estate si registra un forte calo dei turisti in spiaggia, i lidi sono quasi vuoti, i prezzi sono troppo alti per le famiglie che solo qualche anno fa passavano tutto il mese di Agosto in una casa in affitto al mare. I tempi stanno di nuovo cambiando? Come cambierà l’estate italiana in futuro?
Tratto da d.repubblica.it