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Dante, il padre della lingua italiana

15. 4. 2021 ⋅ Edoardo

Tra il 13 e il 14 settembre del 1321 è morto Durante degli Alighieri, detto Dante. Era a Ravenna e aveva 56 anni. Nel 2021, quindi, celebriamo il settecentesimo anniversario della morte del grande poeta fiorentino.

Questa non è una ricorrenza importante solo per gli italiani, ma anche per tutte le persone che amano e studiano la lingua italiana: Dante, infatti, è il padre di questa meravigliosa lingua.

Perché? Non è facile spiegarlo. La storia della lingua italiana è lunga e complessa, ma voglio provare a dirvi l’importanza di Dante in questa storia, senza essere troppo noioso.

Quando Dante scriveva le sue opere, poteva scegliere tra due lingue:

  • il latino, la lingua letteraria ufficiale;
  • il volgare, la lingua del popolo (volgo = popolo);

Come forse sapete, l’Italia per molto tempo è stata divisa dal punto di vista politico, culturale e anche linguistico. Quindi esistevano molte lingue volgari in tutta Italia, e Dante naturalmente usava il fiorentino.

Dante decide di scrivere qualche opera in latino e qualche opera in volgare. Già questa scelta era importante, ma non era nuova. Infatti non è stato il primo a scrivere in volgare, altri poeti lo avevano fatto prima di lui.

Ma a differenza degli altri, Dante ha moltissima fiducia in questa lingua. Ci crede così tanto, che è il primo a scrivere un trattato con le regole tecniche per scrivere in volgare (De vulgari eloquentia). E soprattutto decide di usare il volgare per scrivere la sua opera più importante: la Commedia (o Divina Commedia).

Questo è un momento molto importante per la lingua italiana.

La Commedia è un’opera immensa, mastodontica, totale. Parla di tutto, e la varietà dei temi è quasi illimitata.

Allora quando Dante sceglie di scrivere questa opera universale in volgare, e non in latino, dimostra che il volgare è una lingua perfetta per esprimere tutti i sentimenti possibili, per descrivere ogni situazione e per parlare di qualsiasi argomento.

Vediamo qualche esempio per capire meglio quello che voglio dire.

Nell’Inferno la lingua è spesso molto dura, bassa. Troviamo parole come “culo”, “merda”, “puttana”; i diavoli scoreggiano per dare i comandi, le anime dannate si picchiano e si insultano tra loro.

Nel Paradiso, invece, la lingua è quasi sempre elegante, solenne, colta e piena di latinismi come “misericordia”, “grazia”, “magnificenza”, “benignità”.

Dante poi usa parole che vengono dal lessico della medicina, dell’astronomia, della musica. E quando non trova una parola, la inventa! I neologismi inventati da Dante si chiamano “dantismi”, e alcuni sono davvero interessanti e creativi:

  • “Infuturarsi”: andare avanti nel futuro;
  • “Trasumanare”: andare oltre i limiti della natura umana;
  • “Inurbarsi”: entrare in città;
  • “Inluiarsi”: diventare lui.

In conclusione, la ricchezza, la varietà e l’elasticità della lingua che Dante ha usato, hanno dimostrato che questa lingua era perfetta per parlare di tutto. E grazie a questa dimostrazione e al successo straordinario che la Commedia ha avuto negli anni successivi, la lingua volgare fiorentina di Dante è diventata l’italiano che parliamo oggi (con qualche modifica, naturalmente).

Dante quindi non ha inventato l’italiano, ma ha costruito delle solide basi per permettere all’italiano di crescere, proprio come fa un padre per i figli. E allora anche noi siamo un po’ figli di Dante, perché studiamo e parliamo l’italiano, e dobbiamo ringraziare soprattutto lui se questa lingua è così meravigliosa.