Francesco Guccini
30. 9. 2026 ⋅ Edoardo
Francesco Guccini, uno dei più famosi e amati cantautori italiani di sempre, è morto il 6 agosto 2026 a 86 anni.
Cantautore politico, diventò con sua insofferenza un riferimento per la sinistra studentesca e di movimento negli anni Settanta, e raccontò spesso nelle sue canzoni vicende anarchiche e operaie. Fin dall’inizio l’immagine di Guccini fu legata alla città di Bologna, città in cui si trasferì ventenne insieme alla famiglia e che faceva spesso da sfondo alle storie raccontate nelle sue canzoni.
In una carriera durata circa mezzo secolo, le canzoni di Guccini avevano raccontato di tutto, dal rapporto tra storia e memoria alle storie d’amore.
Francesco Guccini era nato a Modena nel 1940, ma si trasferì presto nell’Appennino tosco-emiliano quando suo padre fu chiamato in guerra. Tornò poi a Modena alla fine della Seconda guerra mondiale e frequentò lì le scuole. Dopo il diploma e alcuni lavoretti, si iscrisse all’Università di Bologna.
Dopo aver lavorato un po’ come insegnante e autore di sceneggiature, nella seconda metà degli anni Sessanta si concentrò sull’attività musicale. In quegli anni scrisse “Auschwitz” e “Dio è morto”.
Con l’album “Radici” del 1972 ecco il primo vero successo. Ancora oggi è tra i suoi album più amati, per canzoni come “Il vecchio e il bambino”, “Incontro” e soprattutto “La locomotiva”, la lunga canzone con cui raccontò la storia del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che si schiantò con la sua locomotiva in un gesto diventato un simbolo della protesta contro le ingiustizie sociali e della lotta di classe.
A metà degli anni Settanta Guccini era uno dei cantautori più stimati e quello che più di tutti diventò un riferimento per la sinistra e i movimenti giovanili e studenteschi, che a Bologna avevano uno dei centri principali.
Guccini aveva vissuto il ’68, le contestazioni operaie e studentesche, l’evolversi e il disilludersi dei movimenti di sinistra negli anni Settanta, temi su cui rifletté in “Eskimo”, la canzone intitolata come il celebre giaccone della controcultura. Nel 1970 scrisse anche la commovente e dolorosa “Primavera di Praga”.
Dalla fine degli anni Ottanta Guccini iniziò a scrivere saggi e romanzi. Nel 2012 dopo l’ultimo tour e l’ultimo album, annunciò il ritiro dalla musica.
Dagli inizi degli anni Duemila Guccini viveva a Pavana, piccolo comune dell’Appennino tosco-emiliano legato alla sua infanzia e alla sua produzione musicale e letteraria, dove riceveva spesso e volentieri in casa fan desiderosi di incontrarlo e salutarlo.
Dopo l’annuncio della sua morte, la stessa sera, decine di persone si sono incontrate spontaneamente davanti alla casa in cui abitò per più di quarant’anni: quella di via Paolo Fabbri 43, a Bologna, che diede il titolo al suo disco più famoso. Hanno portato le chitarre, si sono seduti in cerchio e hanno cantato alcune sue canzoni con una certa commozione.
Erano persone di tutte le età, perché la grandezza di Guccini consisteva anche nell’arrivare a tutti, anche i giovani di oggi. Almeno tre generazioni lo hanno ascoltato e amato.
Già poche ore dopo la notizia della sua morte alcuni fan si erano presentati in via Paolo Fabbri 43 per lasciare dediche, fiori, poesie, bottiglie di vino e altri omaggi. Tra i tanti messaggi lasciati sul portone, per ore è rimasto un foglio con la scritta: «Grazie per essere esistito».
Tratto da ilPost.it